da quando ho saputo del suo arrivo l'ho sempre chiamata così... domenica 14 gennaio 2007
matilde
da quando ho saputo del suo arrivo l'ho sempre chiamata così... venerdì 12 gennaio 2007
seguito mattutino
INIZIO E FINE
Non aver paura che la vita possa finire. Abbi invece paura che possa non cominciare mai davvero.
C’è una profonda verità in questa frase che può sembrare a prima vista stravagante. È il famoso teologo John Henri Newman (1801-1890), anglicano divenuto cattolico e cardinale a riportarla alla nostra attenzione e, purtroppo, molte persone potrebbero trovare in queste parole la loro autobiografia. Si tratta, infatti, di uomini e donne che sono preoccupate dei rischi della vita e quindi si trincerano dietro il loro quieto vivere, in una forma di autodifesa, facendo il minimo, aspettando sempre garanzie e sicurezze prima di procedere. L’attore e regista americano Clint Eastwood in un suo film ha una battuta divertente ma vera: «Se vuoi una garanzia a tutti i costi, allora comprati un tostapane!».
Nella vita è necessario anche osare e, per far questo, bisogna entrare in gioco, mettersi in causa, intraprendere anche un’avventura e non rinserrarsi nel proprio guscio. Chi inizia a lottare, a correre, a impegnarsi, certo, s’imbatterà anche in sconfitte e cadute, ma la sua esistenza sarà autentica, pulsante, colma di atti ed eventi. Questo inizio spesso è da molti rimandato, facendo scorrere quel tempo prezioso, che è unico e irreversibile, a noi assegnato dal Creatore. Gesù ironizzava sui bambini che nelle piazze non riuscivano ad accordarsi sul gioco da fare (mimare un funerale o imitare le nozze?) e, così, sfuggiva il tempo del loro divertimento gioioso (Matteo 11, 16-17). Chi vive di incertezza, di paura, di esitazione alla fine vede la sua vita dissolversi tra le sue stesse mani come polvere inutile e vana.
Gianfranco Ravasi
giovedì 11 gennaio 2007
mattutino
PRIVI DI SENSO
Una volta ci si interrogava sul senso del soffrire, oggi su quello dello stesso esistere. Che non appare privo di senso perché è tormentato dalla sofferenza, ma al contrario appare insopportabile perché privo di senso.
La sua opera più nota recava questo titolo piuttosto forte: L'uomo è antiquato. Günther Anders (1902-1992), filosofo tedesco di matrice ebraica, è stato uno dei più fieri contestatori della società contemporanea, dei suoi idoli, del suo stile di vita, della sua incoscienza. Ho scelto queste parole che meritano attenzione e meditazione perché colgono un aspetto del tutto aperto davanti a noi, appena ci affacciamo sulle strade dell'esistenza odierna. È vero, la grande letteratura, la filosofia e la teologia del passato erano scosse dal problema del male e del dolore perché esso lacerava una trama di vita e di valori che aveva un significato, che procedeva verso un fine, che rivelava al suo interno un progetto.
Ai nostri giorni è difficile che questo accada perché non è più la sofferenza a creare disagio radicale (anzi, si cerca di liquidarla con ogni genere di eliminazione diretta e semplificata: si pensi solo all'eutanasia). Ormai il male non sconvolge più una vita divenuta vacua, insensata, banale. L'uomo, però, non può essere per sempre tenuto in salamoia televisiva o pubblicitaria, e ogni tanto ha dei sussulti di coscienza. Il vero problema diventa, allora, la vita che si rivela «insopportabile perché priva di senso». Tante drammatiche reazioni dei giovani col loro approdo al vuoto dell'esistenza e al deserto della droga sono proprio l'emblema di questo snervamento morale, di questa flessione dello spirito, di questa superficialità, quando sono percepiti come unica qualità della vita, unica realtà della società. Ma percepire questo stato può anche diventare il primo gradino della salvezza.
Gianfranco Ravasi
grazie luca
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